Svelato il mistero di Prato
Il questi giorni è stata portata a temine una operazione, a Prato, che ha dato i risultati che si riassumono di seguito.
Tutto ciò sta a dimostrare che l’impegno civile profuso su questo blog non corrispondeva a pura fantasia, ma a fatti concreti.
Come e perché Prato è diventata la città dei cinesi?
Da quanti anni dura questo scempio?
Queste domande, ripetutamente poste su questo blog, non hanno mai avuto risposta.
E’ invece un impegno civile al quale non mi sono mai sottratto né mi sottrarrò in futuro.
E del quale vado fiero.
Dal comunicato congiunto prot. 88593/RU, in Roma, 29 giugno 2010
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L’attività illecita consisteva nella sistematica importazione di merce dalla Cina, che andava a rifornire imprese cinesi e italiane ubicate nelle provincie di Firenze e Prato, in evasione sia dei dazi doganali sia delle norme antidumping (consistenti in dazi maggiorati su alcuni prodotti per scoraggiarne l’importazione da paesi extraeuropei) nonché dell’imposizione IVA. La metodologia fraudolenta avveniva mediante due condotte distinte:
– da una parte erano presentate in dogana dichiarazioni false riguardanti il valore, qualità e quantità della merce importata;
– dall’altra erano costituite società c.d. “cartiere”, senza alcuna struttura, intestate a “teste di legno”, che si interponevano nell’importazione di merce per caricarsi il debito IVA e che, dopo pochi mesi, scomparivano nel nulla impedendo ogni controllo da parte degli organi accertatori ed ogni eventuale pretesa da parte dell’Erario delle imposte dovute.
In questo modo in Italia arrivava merce a prezzi molto concorrenziali che poteva facilmente battere la concorrenza degli operatori che lavoravano in totale legalità.
L’organizzazione si era così ben strutturata che offriva agli importatori che volevano “risparmiare” un servizio completo che seguiva la merce dalla Cina sino al magazzino del cliente italiano. L’organizzazione aveva referenti in Cina (città di Whenzhou situata sulla costa cinese) che, essendo del luogo, erano ottimi conoscitori della normativa nazionale e quindi in grado di produrre la documentazione commerciale e doganale fittizia utile allo sdoganamento delle merci nella CE. Il cliente cinese si metteva direttamente in contatto con l’agenzia cinese che in poco tempo, dopo aver contattato il “capo” dell’organizzazione a Firenze, con cui stabiliva le modalità di importazione nonché il valore e la qualità da dichiarare della merce, predisponeva tutta la documentazione e faceva partire il carico.
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Gli Uffici doganali utilizzati per lo sdoganamento delle merci importate erano diversi a seconda delle possibilità di controlli da parte degli organi di vigilanza. Oltre ai porti Italiani di Napoli e La Spezia erano usate anche le dogane in Slovenia (Koper – Liubljana) ed Austria (Vienna). In ognuno di questi luoghi vi era un soggetto che, a stretto contatto con il vertice dell’associazione, curava la presentazione delle dichiarazioni in dogana di importazione. Nell’ultimo periodo uno dei punti di ingresso privilegiato dell’organizzazione per lo sdoganamento delle merci importate e commercializzate in Italia era la Slovenia. In particolare, presso la dogana di Liubljana, l’organizzazione ha effettuato numerose dichiarazioni di importazioni di tessuti, dichiarando costantemente una voce doganale differente da quella reale, allo scopo di evadere i dazi antidumping.
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Il compenso dell’organizzazione per ogni container sdoganato variava dai 6.000 agli 8.000 euro, permettendo un lauto guadagno per tutta l’organizzazione. A titolo esemplificativo basta pensare che nei primi 4 mesi del corrente anno sono stati importati 250 container di tessuti provenienti dalla Cina e destinati a più di 15 aziende, con un introito per l’organizzazione di oltre 1,6 milioni euro. Questo spiega anche l’alto tenore dei capi dell’organizzazione che vivevano in un lussuoso appartamento nel centro di Firenze ed erano possessori di auto di lusso (2 Ferrari ed 1 Range Rover) nonché di imbarcazioni da diporto.
gianni gargano

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