l’ Inter e la nazionale

Le partite di pallone finivano a trenta. Lì dietro il rione c’era uno spiazzale enorme, in discesa.

Si faceva il tocco o si lanciava la moneta. Questa ci piaceva di più. Ci ricordava le partite vere, quelle dell’Inter di Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez e Corso, che era la nazionale di tutt’Italia.

Noi, a Napoli, però avevamo Jepson e Vinicio.

Ma che c’entra. Quello era il cuore. La vera nazionale era quell’altra.

Si sceglieva il campo. I primi quindici gol in discesa e i secondi in salita. In quella strada passavamo tutto il giorno. Pochi minuti a casa a mangiare e poi di nuovo giù, per finire la partita o per iniziarne un’altra. Fino alla sera, quando poi le prendevamo di santa ragione tutti per aver rovinato le scarpe nuove o per esserci rotti la capa o perché eravamo tutti pieni di lividi.

Alfò

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