1989

Quella si che era una foresta.

Con alberi altissimi, verdi e tutti uguali.

Di colpo passammo dal giorno alla notte.

La luce era oscurata da quelle  colonne secolari che sembravano averla assorbita tutta  per nutrirsene.

Il muro ci apparve, all’improvviso

Come una anaconda che striscia tra le case.

Per tutta la sua lunghezza si trovava sempre, a distanza di cinque, sei metri, l’uno dall’altro, un napoletano che fittava martelli e picconi.

Chi aveva costruito quel muro doveva essere proprio cattivo.

O, più semplicemente, ordinato, come tutti i tedeschi.

Perché quel muro era perfetto, senza sbavature.

Tutto della stessa altezza e dello stesso spessore.

Indistruttibile, anche con il martello e con il piccone.

Dal lato di Berlino est era tutto grigio e pulito, come la parete di un triste salotto.

Dal lato di Berlino ovest, invece, era colorato.

Disegnato, per tutta la sua lunghezza.

Non riuscii neanche a scalfirlo quel muro.

Allora un napoletano come me, con due colpi ben assestati ne staccò un pezzo e me lo regalò.

Ora ce l’ho in una bacheca.

Alfò

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