I carri nel piazzale

  1. Quei luoghi mi riportavano alla mente altri luoghi, diversi eppure simili.
    Dove tutta la notte sentivamo il lamento dei torelli e delle giovenche stipati nei carri del piazzale.
    Erano arrivati dall’Ungheria o dalla Polonia chissà dopo quanti giorni di viaggio.
    Quelli polacchi si riconoscevano dal manto pezzato bianco e nero.
    Dopo infiniti giorni di viaggio in quei carri bestiame che loro raspavano con la lingua per trovare al meno un po’ di frescura, di refrigerio alla loro sete infinita.
    Solo gli scrosci di pioggia davano loro un po’ di vero refrigerio.
    E quelli di loro che avevano raggiunto la fessura della portiera lasciata aperta dall’uomo, non per umanità, ma perché così si soleva fare per evitare che ne morissero troppi, cristianamente si alternavano con i loro compagni di viaggio.
    Quando finalmente dovevano scendere dai carri.
    Perché merce da scaricare. Da consegnare.

Allora i mandriani disponevano tra le portiere, ormai aperte, dei carri e la rampa dei tavolacci per consentire alle povere bestie che si accalcavano , di poter uscire da quelle prigioni senza cadere nel vuoto .
Esse mugolavano, avvertivano che la loro sofferenza stava per finire.
Sentivano l’odore dell’acqua e quello della paglia e del fieno.
Prima però avrebbero ancora dovuto affrontare l’uomo.
Uomini della stessa specie di quelli che le avevano fatte salire, caricate, sui carri.
Erano lì, con i bastoni in mano e la cattiveria negli occhi.
Sadici.
Li aspettavano lì, sulla rampa, appena usciti dai carri per indirizzarli verso questa o quella stalla.
E giù bastonate e calci. Fino a stremarle. Con gli occhi di fuoco.
Quegli uomini di merda, mentre il loro lamento era ormai un pianto.
Gli uomini le donne e i bambini che erano saliti sugli stessi carri avevano sofferto le stesse pene che, noi, che siamo della loro stessa specie, possiamo anche immaginare.
Perché possiamo pensare di essere stati noi stessi caricati sui quei carri.
Perché siamo della stesse specie. Ma non possiamo escludere che anche quegli animali avessero provato lo stesso dolore che prova una donna alla quale tolgono il figlio.
Certo è che noi sentiamo nelle nostre vene l’umiliazione di vivere giorni e giorni senza la nostra intimità, della vergogna della propria condizione umana. Che poi, però scompare come mai esistita, per divenire fratellanza o, forse, odio.
E giunti finalmente in quegli orribili luoghi ordinati trovare quei mandriani ben vestiti e con gli stivali lucidi, con lo stesso bastone in mano e con lo stesso sangue negli occhi.
E non me ne fotte un cazzo che non può essere che tutti erano uguali.
Che in mezzo a loro ci doveva pur essere qualcuno dall’animo buoni e sensibile che obbediva soltanto agli ordini.
Ancora peggio, perché i primi, quelli cattivi, erano giustificati dalla loro stessa natura.
L’altro, se esisteva, no!
Quello era un mostro!
Alfò

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