Via Donnalbina 56
Entravo e provavo una serenità unica.
Come potevo, scendevo nel cortile.
Dopo la scuola o la domenica.
E restavo con lui tutto il tempo fin quando non mi chiamavano che era tardi e dovevo andare a letto.
Mangiavo anche da lui, che mi dava pane col formaggino di cioccolata o un po’ della frittata di maccheroni della nonna, che abitava con lui, proprio nel palazzo di fronte e quelle frittate squisite le faceva anche per me.
La nonna era vedova.
Il nonno non era tornato alla fine della guerra e dopo non se ne era saputo più niente.
La nonna era un vera nobildonna ormai povera.
Ma il suo animo e i suoi modi erano rimasti immutati, perché faceva tutto con una eleganza innata.
Mi voleva bene.
Se ne stava tutt’il giorno seduta sulla sedia a dondolo a ricamare.
Spesso mi parlava del nonno o mi raccontava favole.
Il ritmo dolce della sua voce mi solleticava la pancia mentre io le pizzicavo le cosce attraverso l’impagliato della sedia a dondolo
Un giorno mi disse che quella sedia sarebbe stato il mio ricordo di lei.
Ogni tanto vado a vederlo quel cortile.
Che però è diventato molto più piccolo.
Allora era grande come una piazza e gli scalini del palazzo, neri come la pece, erano molto alti.
Nel cortile c’era, entrando nel palazzo, a destra il casotto o, forse, la casa del portiere e poi lo studio del dentista, che una volta mi tolse un dente che mi faceva male.
Di fronte c’era l’ascensore e le rampe delle scale.
L’ascensore io non l’ho mai preso perché abitavo al secondo piano.
Mi piaceva vederlo misteriosamente scendere, salire, fermarsi ai piani e ripartire.
A sinistra dell’ingresso, invece.
Subito a sinistra.
C’era la sua piccola bottega.
Un sogno.
Li dentro si respirava aria di colla di pesce, di colori ad olio, di acqua ragia.
Per me un profumo.
Poi c’era ogni tipo di strumenti di lavoro, di colori per dipingere, tele, tavole e pezzi di legno di ogni tipo e forma.
Ogni tanto mi mostrava con orgoglio un pezzo di legno, o qualche oggetto che aveva raccolto in strada, ma che lui avrebbe scolpito per farne un burattino, un fiore o qualche altra meraviglia della sua fantasia.
Lì, tutti e due, passavamo la giornata a dar corpo ai nostri sogni.
Quando il tempo era bello lui andava a pescare.
Ed allora io non scendevo giù, ma restavo a casa, seduto fuori al balcone, le gambe penzoloni e la testa appoggiate alle barre della ringhiera, a contare le automobili che passavano in strada, o le carrozzelle a cavallo.
A guardare gli stormi di rondini che oscuravano il cielo, e le formiche che camminavano in fila indiana cariche come muli.
Le mosche no!
Con le mosche ci giocavo proprio.
Le torturavo.
Se riuscivo a bloccarne una sul vetro del balcone, le tenevo ferma con un dito un’ala mentre dimenava freneticamente l’altra. Poi, quando capivo che era stanca mollavo la presa e la liberavo.
Oppure le imprigionavo sotto un bicchiere di vetro capovolto, ma anche lì, dopo un poco, mi scocciavo e le lasciavo libere di volare.
Tutt’intorno era pieno di gente e di botteghe.
Non erano belle e piene di luci, ma c’era sempre qualcuno che sapesse fare qualcosa.
E così il ciabattino che seduto davanti al suo banco di legno, vecchio e disadorno e che gli arrivava alle ginocchia, pieno di piccole caselle, ciascuna piana di chiodi, chiodini, di lacci e di tutto quello che serviva per riparare le scarpe, circondato di scarpe da riparare o già riparate,mentre con una mano teneva la scarpa e con l’altra la riparava. Per farlo, con una straordinaria abilità e con un solo gesto, si gettava in bocca una manciata di piccoli chiodi che poi prendeva, uno alla volta, per inchiodarlo alla suola della scarpa.
E continuando a parlare di tutto con le donne che portavano o ritiravano le loro scarpe, o di tutt’altro con gli abitanti del vicolo..
Poi c’era il robivecchi.
Dove c’era davvero di tutto: scarpe usate, vecchie cornici nere, vuote o che incorniciavano vecchie fotografie o quadri forse anche bellissimi. Di cassettoni, cassettini, comodini col marmo sopra e con lo sportellino per mettere il pitale, come lo teneva il nonno. Insomma un casino di cose.
La bottega dei detersivi dove si trovavano piatti, bicchieri posate e cose per la casa. Ed il sapone sfuso.
Si il sapone per lavare i panni si vendeva sfuso, in una vecchia bangnarola o in un barile di stagnola tagliato al centro, dove stava sempre appizzata una cucchiarella, che il bottegaio usava per prendere il sapone sfuso per poi spalmarlo, come fosse ricotta, su uni foglio di carta marrone.
E poi c’era la friggitoria, che vendeva le pizze fritte con la ricotta, i panzarotti, le paste cresciute e gli scagnozzi che era polenta fritta a forma di triangolo. La salumeria dove la pasta si vendeva sfusa e avvolta in quella carta azzurra. Anche le sigarette si vendevano sfuse:
E un altro sacco di piccole bottegucce poco eleganti ma tutte piene di gente amica, di casa.
Io mi incantavo a vedere il lucidatore di metalli che con una spazzola che ruotava velocissima faceva brillare, in un baleno, qualunque vecchio e sporco metallo..
L’ottone, poi, sembrava oro.
Insomma il vicolo aveva una sua vita indipendente e nessuno aspirava a diventare più ricco degli altri.
Anche il palazzo era comunità, dove tutti si aiutavano reciprocamente, senza neanche accorgersene.
E tutti ridevano e cantavano quelle stupende canzoni scritte proprio in quegli anni che davano più spazio alla vita, così come ci è stata donata.
Alfò

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