Zio Umberto, il colore dei sogni

Entravo e provavo una serenità unica.

Come potevo scendevo nel cortile.

Dopo la scuola o la domenica.

E restavo con lui tutto il tempo fin quando non mi chiamavano che era tardi e dovevo andare a letto.

Mangiavo anche da lui, che mi dava pane e formaggino di cioccolata o un po’ della frittata di maccheroni  della nonna  che, abitava con lui,  proprio nel palazzo di fronte  e quelle frittate squisite le faceva anche per me.

La nonna era vedova.

Il nonno non era tornato alla fine  della guerra e dopo non se ne era saputo più niente.

La nonna era un vera nobildonna ormai povera.

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Ma il suo animo e i suoi modi  erano rimasti immutati, perché faceva tutto con una eleganza innata.

Mi voleva bene.

Se ne stava tutt’il giorno  seduta sulla sedia a dondolo a ricamare.

Spesso mi parlava del nonno o mi raccontava favole.

Il ritmo dolce della sua voce mi solleticava la pancia  mentre io le pizzicavo le cosce  attraverso l’impagliato della sedia a dondolo

Un giorno mi disse che quella sedia sarebbe stato il mio ricordo di lei.

Ogni tanto vado a vederlo quel cortile.

Che però è diventato molto più piccolo.

Allora era grande come una piazza e gli scalini del palazzo, neri come la pece, erano molto alti.

Nel cortile c’era, entrando nel palazzo, a destra il casotto o, forse, la casa del portiere e poi lo studio del dentista, che  una volta mi tolse  un dente  che mi faceva male.

Di fronte c’era l’ascensore e le rampe delle scale.

L’ascensore io non l’ho mai preso perché abitavo al secondo piano.

Mi piaceva vederlo misteriosamente scendere, salire, fermarsi ai piani e ripartire.

A sinistra dell’ingresso, invece.

Subito a sinistra.

C’era la sua piccola bottega.

Un sogno.

Li dentro si respirava aria di colla di pesce, di colori ad olio, di acqua raggia.

Per me un profumo.

Poi c’era ogni tipo di strumenti di lavoro,  di colori per dipingere, tele, tavole e pezzi di legno di ogni tipo e forma.

Ogni tanto mi faceva vedere un pezzo di legno, o qualche oggetto  che aveva raccolto in strada,  ma che lui avrebbe scolpito  per farne un burattino, un fiore o qualche altra meraviglia della sua fantasia.

Lì, tutti e due, passavamo  la giornata a dar corpo ai nostri sogni.

Quando il tempo era proprio bello, oppure più spesso, d’estate, lui andava a pescare.

Ed allora io non scendevo giù, ma restavo a casa, seduto fuori al balcone, le gambe penzoloni e la testa appoggiate alle barre della ringhiera, a contare le automobili che passavano in strada, o le carrozzelle a cavallo.

A guardare gli stormi di  rondini che oscuravano il cielo, e le formiche che  camminavano in fila indiana cariche come muli.

Le mosche no!

Con le mosche ci giocavo proprio.

O forse le torturavo.

Se riuscivo a bloccarne una sul vetro del balcone, le tenevo ferma con un dito un’ala mentre  dimenava freneticamente l’altra. Poi, quando capivo che era stanca mollavo la presa e la liberavo.

Oppure le imprigionavo sotto un bicchiere di vetro capovolto, ma anche lì, dopo un poco, mi scocciavo e le lasciavo  libere di volare.

Alfò

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