La Cina è vicina

In Cina c’è un ricambio netto annuale di quindicimilioni di lavoratori l’anno.

Netto perché, ogni anno  ne arrivano ventimilioni dall’interno, mentre cinquemilioni se ne ritornano a casa a godersi il gruzzoletto che hanno messo da parte.

Sembrerebbe perfetto!

E invece non lo è!

Perché la Cina si è comportata (e continua a comportarsi) in modo del tutto diverso da quello occidentale per quanto riguarda i diritti dei lavoratori.

Importante è sfondare nei mercati occidentali a qualunque costo e a qualunque prezzo.

Non può esserci proposta come un modello da imitare.

Ma solo come un modello col quale competere evitando il dislocamento delle aziende nei luoghi dove quella concorrenza possono affrontare per il ridotto costo del lavoro e per le ridotte garanzie dei lavoratori.

E allora soluzioni di politica economica nuove che tengano conto di questa nuova esigenza delle imprese.

A quelle condizioni grazie al fischio che i prodotti cinesi costano poco.

Grazie al fischio che i più furbi si sono organizzati.

Certo! Senza regole si è fatto a chi era più furbo!

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Vi racconto un fatto.

Un signore che importava dalla Cina fuochi d’artificio, ogni anno andava dai propri fornitori cinesi che lo accompagnavano in un viaggio di alcune migliaia di chilometri verso l’interno di quel Paese per raggiungere un villaggio dove tutti fabbricavano , appunto, solo e soltanto fuochi d’artificio.

In fabbricati-case dove vivevano e lavoravano giorno e notte operai e operaie.

A quel signore quella fabbrica-casa parve del tutto diversa dalle fabbriche italiane.

E diversi gli parvero anche  i diritti degli operai e delle operaie.

E’ così che la Cina ha distrutto buona parte dell’economia mondiale.

E certamente quella delle nostre aziende, dei nostri artigiani.

I quali, negli ultimi dieci anni, hanno spesso trovato più conveniente importare che produrre.

Ora restano le macerie di alcune aziende e l’arricchimento di quelle che invece hanno saputo cogliere l’occasione.

La vera, sana economia è invece la nostra, con i nostri lavoratori e con i nostri  datori di lavoro che si disperano al solo pensiero di abbandonarli al loro destino.

Noi siamo più grandi della Cina.

I nostri imprenditori sono grandi.

Lasciamoli liberi e riduciamo i costi del lavoro, ma manteniamo i posti.

Tanto le pensioni non le prenderanno più le generazioni successive che, nel frattempo, invecchiano.

Lasciamoli liberi di inventare ,di creare, di essere italiani.

E riduciamo le tasse.

Ancora ieri sera alla TV si è affermato  che solo un italiano su cento dichiara più di centomila euro l’anno.

Non è vero!

Solo un quarto d’italiano su cento, perché gli altri tre quarti è un  funzionari dello Stato che di certo non sostiene la fatica di chi lo stesso reddito lo produce.

Chi paga le tasse è un signore ed è onesto.

Però non tutti ce la possono fare, perché le tasse si pagano con i soldi e non tutti quelli che dichiarano un reddito li hanno.

Perché da noi il reddito d’impresa si calcola con il criterio della competenza che significa che devi pagare per il solo fatto di aver emesso la fattura.

Poi se quelle fatture non ti vengono onorate il fisco se ne frega.

E allora tutto diventa falso e alterato.

Molti  non rilasciano la fattura.

I commercianti acquistano e vendono in nero.

Sottofatturazione all’acquisto o all’importazione, con conseguenti rifatturazioni al ribasso e ricavi in nero.

Marchi all’estero.

Insomma:un casino.

E allora fine dei privilegi e delle corruzioni.

Riduzione dei carichi fiscali e contributivi sul lavoro.

Ritiro di licenze, cancellazioni dagli albi professionali per chi sbaglia.

Modifica del sistema sanzionatorio.

E tetto di ¾.000 euro mensili alle pensioni.

Perché chi ha guadagnato tanto durante la vita, non ha certo bisogno di una pensione adeguata allo stipendio.

Che poi sto fatto succede solo agli impiegati dello Stato, perché i contributi diversi da quelli danno quattro lire di pensione.

Gianni gargano

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